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Si dice sempre che la scuola, quella dell’obbligo, sia il periodo più spensierato perché legato a ricordi forti, di momenti felici, quando si è liberi da pensieri razionali, da responsabilità incombenti, da obblighi ben più forti e pressanti del capitolo di storia.
Ma, perché un ma c’è e deve sempre esserci, i professori di fisica insegnano che dipende, dipende dal sistema di riferimento.
Un bambino della materna vive i primi anni approcciandosi agli altri bambini, imparando a conoscere il ruolo che una maestra ricopre, i giochi di gruppo, gli amichetti. Ognuno, poi, vive questi momenti a modo suo, in base a ciò che i genitori sono stati in grado di insegnargli nei pochissimi anni di vita che ha, al proprio carattere, che pian piano va formandosi, e in base al mondo che fino a quel momento ha conosciuto.
Un bambino delle elementari vive i primi cinque anni della scuola dell’obbligo apprendendo gli strumenti per potersi inserire nella società odierna, impara a leggere e a scrivere, alcuni a disegnare, altri a cantare e suonare, altri ancora rimangono dei boccioli che tardano a sbocciare.
I tre anni della scuola media rappresentano un momento di transizione, quando non ti senti più un bambino delle elementari, ma nemmeno un ragazzo del liceo, quando cioè inizi a capire la distinzione tra gioco e studio, tra piacere e dovere, tra un amico ed un compagno di classe, tra una maestra ed un professore, tra un disegno ed un libro da leggere. Si vive il primo esame, si capisce il significato di premio e di delusione, quando il secchione prende il massimo dei voti e quello che non ha mai voluto studiare viene bocciato. Quell’esame, quel giorno, quei quadri, il tuo nome accanto ad un voto, segnano la fine del periodo di transizione e l’inizio dell’ambito liceo, quando lasci a casa il grembiule delle elementari ed i libri che a rileggerli ti sembrano così facili. Seguono cinque anni di vera crescita, quella che a guardare i fratelli più grandi sembrava il salto verso qualcosa per cui hai lavorato 8 anni: gli amici, l’amore, le uscite del pomeriggio e quelle di sera, i tuoi che non sanno dove sei, né con chi sei, ma soprattutto quando tornerai. Si inizia il biennio pensando che elementari e medie sono ormai lontane, angosciandosi perché si vorrebbe fare tutto fuorché studiare, pensando che mancano ancora alcuni anni prima di poter smettere e in realtà solo molti anni dopo capisci che non si smette mai. Al triennio, si guardano i ragazzi più piccoli considerandoli tali, senza pensare che sono ciò che si era qualche anno prima, iniziano a stringersi rapporti sempre più stretti, complici, così forti da provocare rabbia, gioia, incomprensioni, risate e dolore, un’altalena di emozioni. L’esame di maturità segna la fine della scuola dell’obbligo, un anno di paure ed agitazioni che sfociano nell’ennesimo quadro, nell’ennesimo nome accanto ad un voto, un voto che cerca al meglio di rappresentare la valutazione di un ragazzo rispetto ad un altro, senza però considerare ciò che va ben oltre la didattica.
Tre plessi, tre momenti ben distinti della vita di giovani adulti che domani saranno adulti più o meno maturi, fidanzati e fidanzate, donne e uomini in carriera, madri e padri…
Al Massimo tutto ciò si vive con un amplificatore nel cuore ed un subwoofer nello stomaco. Sei figlio di genitori che hanno riso e pianto in quelle aule prima di te, di professori e bidelli che ritenevano quella scuola la migliore a Roma, o semplicemente di individui che erano stati catturati dal mondo perfetto della pedagogia ignaziana.
Da ex del Massimo vivo di ricordi, di persone e di momenti.
Padre Zamboni, Zambo per gli amici e non, con quella barba bianca e gli occhialetti neri, che ricordava la classica figura di Babbo Natale, l’uomo buono che porta i regali una volta l’anno e che sa punirti se sei stato cattivo. Gianna Ventura e la maestra Tani, Natalina e le bidelle, Valentina ed Anna. Il cortile circondato da siepi verdi, che dividevano l’innocenza dei bambini delle elementari, dai doveri dei bambini più grandi. I lavoretti per la festa del papà, della mamma, Natale e Pasqua. La prima Comunione e i libri dei compiti per le vacanze. I disegni ed il coro, il tema in classe ogni lunedì mattina, la maestra Nicholson e il suo “That’s right!”, il maestro Giustacchini e la maglietta bagnata di sudore a fine lezione.
I gruppi Emmaus ed i Ragazzi nuovi, quando i ragazzi dei licei erano i Responsabili, il flauto ed il Giornale della Settimana. La geografia e la storia, quando i libri erano più grandi, con meno figure e più nozioni da imparare. L’amico del cuore delle elementari che era stato messo in un’altra sezione ed il ragazzo che viene da fuori e prende il suo posto, il concorso di giornalismo e quello di canto, le gare di atletica, quando invidi quelli del liceo perché fanno salto in lungo e tu sei ancora troppo piccolo.
Cresci e inizi a capire anche il significato del ritorno alla casa del Signore, quanti erano con te poco tempo prima ed ora non ci sono più, li vedi ancora in atrio a ridere con un professore, indicando l’amore della loro adolescenza per cui hanno scritto una canzone, come Christian Cappelluti, o con una pizzetta in mano nel vano tentativo di scacciare l’anoressia da un corpo che non tiene più, come Sonia Pellegrini, o sotto braccio al ragazzo più piccolo di un anno, ma il più grande amore fino a quel momento immaginabile, come Rachele Barbalace, o salutare i bambini del gruppo Emmaus a cui si faceva da responsabile, come Marco Montanarini, o i compagni di classe della sorella minore, come Giulia Vettori, o semplicemente andando verso il corridoio della scuola Media per iniziare un nuovo giorno da Vice Preside, come Paola Vasta, o verso il corridoio del liceo per iniziarne uno da bidello, come Antonio Testa, o, ancora, pulire là dove noi studenti sporcavamo, come Margherita Aleandri, o, infine, a controllare che tutti i pullmini arrivassero entro l’orario di entrata, come Toni Noia.
Le panchine fuori e dentro l’atrio marcavano il territorio dei ragazzi del biennio e del triennio, i grandi ed i più piccoli, i corridoi dividevano il Classico dallo Scientifico, ma potevi trovarli tutti la mattina alle 8 meno qualche minuto a copiare la versione di greco o l’esercizio di matematica per la prima ora, perché i compiti per casa della seconda ora li copiavi alla prima ora e così a seguire. C’era sempre uno che aveva studiato tutto e ti ripeteva la lezione di storia o filosofia, Catullo o Virgilio, Van Gogh o Amaldi. Giuseppe e Antonio che dispensavano gessetti, mentre la Lusi si portava dietro i suoi colorati, Massimo il libraio continua a distribuire penne Bic e Alessandro e Sergio del bar sono stati sostituiti dalle ragazze della Ditta.
Le ore nei laboratori di Fisica o Chimica o nella sala disegno con Scriboni, Lemma, Cirillo, Lusi, Pettinelli e Maqueda che cercavano di farti capire l’arabo scritto sui libri di testo. L’aula di informatica con Sandro ed i pc più lenti mai visti prima. La mimosa nel giardino della classe in fondo al cortile delle elementari non aveva pace l’8 marzo, le pigne davanti l’atrio offrivano buffet all’aperto per i più piccoli con i pinoli che custodiscono gelosamente tra la resina e la Conca d’oro guadagnava i miliardi il 14 Febbraio vendendo Baci Perugina. Massimo Nevola e la Lega, i pomeriggi a parlare di tutto e di niente, seduti in circolo. I muri della camera da letto della Lega hanno sentito i programmi delle materie di tutti i maturandi, sdraiati sulle brandine a ripetere in vista dell’esame, una comune dove si condivideva il sapere. Spaten di viale America o Mc Donald’s di viale Europa? Questi erano i dilemmi all’uscita del sabato, quando ancora si andava a scuola. Le feste dei diciotto anni, quando arrivavi a Maggio e non sapevi più che vestito indossare perché avevi già esibito ogni pezzo di stoffa del tuo guardaroba, ma non potevi mancare e ricominciavi il ciclo, mettendo quello della prima festa di ottobre. I primi superalcolici e le prime sbornie, le gite di classe e quella dell’ultimo anno, quando potevi dormire fuori. I ritiri spirituali ad Assisi per prepararsi alla Cresima e le chiamate nel cuore della notte a cui rispondeva Padre Oliver. I primi incidenti in motorino e quelli in macchina, le corse al CTO e i disegni sui gessi nel mese seguente. Le gare alle Tre Fontane, quando con i pinguini in giro per l’Eur eri costretto a fare il Carl Lewis de’no’artri alle 8 del mattino altrimenti Marzo, Rossitto e Danese ti fischiavano nelle orecchie. I tornei di pallavolo e calcetto, quando anche Padre Innocenzi scendeva ai campi sportivi a fare il tifo per entrambe le squadre. Le giustificazioni per indisposizione, motivi familiari o visita medica celavano quasi sempre la paura per l’interrogazione scampata. La mostra di primavera e le ore di lezione saltate per il Coro, per la Lega, per le vendite di beneficienza, per la S. Messa, per le giornate di orientamento o perché non volevi essere interrogato da Tinelli e tiravi fuori un qualsiasi argomento che potesse scatenare un dibattito di almeno un’ora. Le intenzioni di preghiera la mattina e Caudai che ti premiava con un’interrogazione se leggevi una poesia anziché provare a dire qualcosa di tuo. La Divina Commedia e prima ancora i Promessi Sposi, l’incubo del triennio e biennio, che poi ancora non ti ricordi se il fiume era l’Adda o il Trasimeno e se quel ramo stava sul lago di Como o sul Garda.
I mal di pancia, mal di testa, i brividi per la febbre e Concetta in infermeria sempre pronta a curarti mali immaginari con camomille dal sapore di tisane al finocchio. Le interrogazioni di Stancato con la sedia e gli appunti sotto il naso, gli sparecchiamenti con la Lusi e gli apparecchiamenti di fogliettini con la Zoratto o Caudai che venivano categoricamente scovati. Le cartucciere all’esame di maturità, il caffè nel termos e le riunioni pre-prova di matematica con la Magini-Caratelli per definire i posti strategici dei più bravi che dovevano passare il compito di matematica a tutti gli altri. Le urla di Silvano, Cristiano e Giuseppe, Sandro ancora prima, se buttavi lo zaino in una zona proibita in atrio, se correvi o ti azzardavi a tirare due calci ad una lattina fuori davanti la portineria.
Ricordi, ricordi e ancora ricordi di momenti che furono e che si sono ripetuti negli anni. Persone che hanno lasciato un segno nella vita di coloro che li hanno conosciuti. Funerali di quelli che sono stati amati e che hanno continuato a vedere il mondo con gli occhi di chi li pensa ancora. Luoghi, aule, mura e corridoi che cambiano colore o disposizione, ma che conservano momenti di vita di chi si trova lì.
Oggi alcuni degli ex studenti del Massimo si sono da poco laureati, qualcuno si è sposato quest’anno o l’anno prima, qualcuno è diventato recentemente papà e mamma e qualcun altro ha iscritto il figlio alla Materna, qualcuno è da poco tornato nelle vesti di insegnante. Un ciclo di persone, volti e generazioni, che insieme fanno la storia di questo Massimo. Qualcuno ricopre oggi ruoli istituzionali, qualcuno è stato intervistato, ma la quasi totalità vive di storie comuni e quotidiane, ma non per questo meno importanti e non degne di essere ricordate.
A questi va il mio pensiero ed un caro saluto, perché tutti coloro che hanno varcato il cancello del civico 7 fanno parte della comunità che ha reso il Massimo ciò che è.
Un bellissimo spaccato di vita scolastica visto dall’altra parte…
Grazie al nostro ex che mi ha fatto rivivere con le lacrime agli occhi e con la fierezza nell’animo tredici indimenticabili anni marcati profondamente da tutte queste figure storiche del nostro istituto citate dal nostro ex.